LA PRESIDE: quando la scuola diventa resistenza, speranza e battaglia quotidiana

La Preside non è soltanto una serie TV: è un pugno allo stomaco e, allo stesso tempo, una carezza piena di speranza. Una fiction italiana che ha scelto di raccontare la scuola non come semplice sfondo narrativo, ma come campo di battaglia, luogo di resistenza quotidiana contro il degrado, la rassegnazione e la criminalità. Al centro di tutto c’è Eugenia Liguori, interpretata da una Luisa Ranieri immensa, intensa, magnetica. Il suo arrivo all’Istituto Morano di Caivano segna l’inizio di una storia dura, dolorosa, ma profondamente umana, che mette lo spettatore davanti a una domanda scomoda: cosa significa davvero non arrendersi?

Eugenia accetta l’incarico di preside in una scuola che sembra già condannata. I corridoi parlano di abbandono, le aule raccontano storie di assenze prima ancora che di presenze, e intorno all’edificio incombe un territorio segnato da disagio sociale, povertà educativa e criminalità diffusa. Chiunque al suo posto avrebbe potuto fare un passo indietro, appellarsi alla burocrazia, chiudere gli occhi. Lei no. Eugenia entra in quella scuola con passo fermo e sguardo lucido, consapevole che il cambiamento non sarà né facile né immediato. La sua forza non è l’eroismo urlato, ma la determinazione silenziosa di chi sceglie di restare, di lottare ogni giorno contro muri invisibili fatti di paura, sfiducia e abitudini radicate. Luisa Ranieri riesce a dare al personaggio una profondità rara: la sua preside non è perfetta, sbaglia, si stanca, vacilla, ma non smette mai di credere che la scuola possa ancora salvare qualcuno.

Accanto a lei, il cast contribuisce a rendere la narrazione ancora più autentica e potente. Spicca in particolare Daniela Ioia, amatissima dal pubblico per il ruolo di Rosa in Un Posto al Sole, che qui veste i panni di Giuliana “’a Vesuviana”. Un personaggio forte, popolare, radicato nel territorio, che porta con sé contraddizioni, ironia e dolore. Giuliana non è una figura rassicurante, ma è vera, concreta, credibile. Rappresenta quel mondo di mezzo tra legalità e sopravvivenza quotidiana, tra rassegnazione e desiderio di riscatto. La chimica tra le interpreti funziona, creando dinamiche tese e vibranti che arricchiscono il racconto e lo rendono mai scontato. La Preside non idealizza i suoi personaggi: li mostra per quello che sono, fragili, imperfetti, spesso costretti a scegliere tra il male minore e il silenzio.

Il grande merito della serie è quello di non trasformare Caivano in un semplice simbolo astratto. Il degrado non è una scenografia, ma una presenza costante, quasi soffocante. Eppure, la fiction evita il pietismo e la retorica facile. Racconta studenti difficili, famiglie assenti o complici, docenti disillusi, ma anche piccoli miracoli quotidiani: uno sguardo che cambia, una lezione che accende una scintilla, una regola finalmente rispettata. Ogni passo avanti è conquistato con fatica, e spesso seguito da una caduta. È proprio questa onestà narrativa a rendere La Preside così emozionante. Non promette soluzioni semplici, non regala finali edulcorati, ma lascia spazio a una speranza realistica, fatta di resistenza e di scelte ripetute giorno dopo giorno.

Ed è inevitabile, arrivati alla fine, porsi la domanda che tanti spettatori stanno facendo: La Preside merita una seconda stagione? La risposta, per molti, è sì. Non perché tutte le storie siano state risolte, ma proprio perché non lo sono. Il percorso di Eugenia Liguori è appena iniziato, le ferite della scuola e del territorio sono ancora aperte, e i personaggi hanno ancora molto da raccontare. Una seconda stagione potrebbe approfondire le conseguenze delle scelte fatte, mostrare i risultati – o i fallimenti – di quella lotta ostinata contro l’abbandono. Sarebbe un’occasione preziosa per continuare a parlare di scuola, di Sud, di responsabilità collettiva, senza filtri e senza paura. La Preside ha diviso, ha emozionato, ha fatto discutere. Ed è proprio questo il segno più chiaro di una serie che ha colpito nel segno. Ora la domanda resta sospesa, come una sfida: siamo pronti a tornare in quella scuola e a non voltare lo sguardo?

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